Storia

Vai a >> Battistero Neoniano | Duomo | Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo | Chiesa di Santa Giustina

Battistero Neoniano

battistero_neoniano3


Il Battistero Neoniano, detto anche degli Ortodossi risale al V secolo e prende il nome dal vescovo Neone che ne ha fatto proseguire la costruzione dopo il suo predecessore Orso (†ca. 396). L’appellativo degli ortodossi va invece inteso secondo il significato dell’epoca, che intendeva i cristiani della “retta” dottrina in contrapposizione all’eresia ariana.

Con il passaggio della sede vescovile da Classe a Ravenna alla fine del IV secolo, venne iniziata una nuova cattedrale, la Cattedrale Ursiana (dal nome del vescovo Orso), della quale sopravvivono pochi resti inglobati nell’attuale duomo di Ravenna e nell’attiguo Museo Arcivescovile.
Il Battistero venne avviato nei primissimi anni del V secolo e terminato verso il 450 circa. Neone, nel 458 circa, intervenne con importanti opere strutturali, e in particolare con la costruzione della cupola che venne decorata con ricchi mosaici ancora oggi visibili.
Per via della subsidenza tipica di Ravenna oggi è interrato di circa 2 metri; in pianta presenta la forma ottagonale, secondo la numerologia che associava l’otto con la resurrezione, essendo la somma di sette, il tempo, più uno, Dio. Esternamente ha un semplice rivestimento in laterizio, nel quale le absidiole sono del X secolo, mentre le lesene e arcate cieche risalgono alla costruzione originaria e furono riprese da modelli settentrionali (cfr. la basilica di Costantino a Treviri o la basilica di San Simpliciano a Milano).
Una vecchia tradizione, priva di fondamento storico, vuole che l’edificio fosse costruito sopra il calidarium delle antiche terme romane.
Il soffitto, originariamente piano, venne sostituito da una cupola (alleggerita da tubi fittili) su iniziativa di Neone, il quale fece provvedere anche alla decorazione a mosaico. Anche le pareti vennero decorate all’epoca e presentano al piano inferiore archi ciechi su colonnine, al cui interno sono poste lastre di porfido e marmo verde all’interno di riquadri geometrici; l’archivolto è occupato da mosaici; nel registro superiore si ripresentano gli stessi archetti, ma che contengono a loro volta tre archetti minori ciascuno, con quello centrale che è occupato da una finestra, mentre i due laterali sono decorati da stucchi dei sedici profeti maggiori e minori (uno sciagurato restauro dei primi del Novecento credendo che si trattasse di aggiunte posteriori li rimosse, ma ci si accorse poi con rammarico che erano invece originali del V secolo, per cui oggi se ne ammira solo delle ricostruzioni); al di sopra degli archetti si trovano affreschi con tralci di vite, pavoni ed altri simboli. Il capolavoro più importante qui custodito è però il mosaico del soffitto, dove entro tre anelli concentrici sono rappresentati vari soggetti:
1. L’anello esterno, a fondo azzurro, presenta una serie di finte architetture tripartite, con una nicchia o esedra al centro di ciascuna, affiancata da due strutture portate da quattro colonne ai lati, che creano un effetto di alternanza tra concavo e convesso; queste specie di “quinte teatrali” si trovano nell’arte romana, per esempio già negli affreschi di Pompei; al centro delle nicchie si trovano altari per la messa o troni vuoti con le insegne di Cristo (l’etimasia).
2. La seconda fascia è la più interessante e presenta i dodici apostoli su sfondo azzurro, con le vesti (toga e pallio) alternate nei colori bianco e oro, e con in mano delle corone da offrire al Cristo. Le immagini presentano ancora una notevole consistenza plastica e un senso di movimento, che testimoniano gli ininterrotti rapporti con l’ambiente romano; contemporaneamente indice di rapporti con il mondo bizantino sono la vivace policromia, la monumentalità e la ieraticità delle figure. Gli apostoli sono intervallati da candelabre e dal cerchio superiore pendono drappi bianchi che visti dal basso formano l’immagine di una corolla di un fiore. Tra i riti preparatori al battesimo, nella iniziazione cristiana, principale era quello della traditio symboli, cioè dare ai candidati catecumeni il Credo, ossia l’insegnamento, l’apprendimento e la consegna per la vita della tessera fidei.
3. Nel tondo centrale, su sfondo oro, si trova la scena del Battesimo di Gesù con San Giovanni Battista nell’atto di somministrare il sacramento al Cristo immerso fino alla vita nel Giordano; del fiume compare anche una personificazione a destra, sottolineata dalla scritta Iordañ n (il nume Giordano), mentre sopra il Cristo svetta la colomba dello Spirito Santo. I volti di Gesù e del Battista furono rifatti nel XVIII secolo, per cui la parte centrale della scena, dai contorni ben visibili, non è più quella originale.
4. La catechesi dell’iniziazione si basava oltre che sui quattro Vangeli anche sui testi dei profeti del Vecchio Testamento che sono qui rappresentati nelle sedici figure a stucco nello spazio del tamburo, nei muri ad archi ciechi tra le otto finestre (quattro profeti maggiori e dodici minori).
Il battistero è molto simile, anche come datazione, ad una chiesa di Salonicco, dedicata a san Giorgio, già mausoleo del tetrarca Galerio.

Duomo (Cattedrale della Resurrezione)


Il Duomo di Ravenna fu costruito nel XVIII secolo dall’architetto riminese Gianfrancesco Buonamici seguendo la planimetria della primitiva cattedrale. Questa fu costruita nei primissimi anni del V secolo, per volontà del vescovo Orso († 412), da cui prese il nome di “Basilica Ursiana”.

L’edificio fu ampiamente ristrutturato nel X secolo (di quell’impianto restano ancora visibili la cripta e il campanile). Quest’ultimo ospita quattro campane accordate secondo la seguente scala: Re3 – Fa3 – Sol#3 – La3.
La cattedrale fatta edificare dal vescovo Orso era dedicata alla Santa Resurrezione (Hagìa Anástasis in greco antico). Si trattava di un edificio di ragguardevoli dimensioni, a cinque navate, ricco di marmi policromi. Presentava già la tipica abside semicircolare all’interno e poligonale all’esterno (di influsso ellenico) e i due ambienti laterali all’abside che torneranno spesso nelle chiese ravennati, il pastophorion e il diaconicon.
L’antica cattedrale ursiana.
È certo che l’abside e l’arco absidale furono coinvolti da un programma di ridecorazione a mosaico nel 1112, come appare da un’iscrizione sull’abside stessa riportata nell’unica fonte che ci permette di conoscerne sommariamente la struttura, un disegno del Buonamici. Sull’estradosso dell’arco era rappresentato il Cristo risorto con la Croce sulla spalla e gli Apostoli acclamanti; nei pennacchi due episodi della vita di Sant’Apollinare, l’invio del futuro vescovo a Ravenna da parte di San Pietro (a sinistra) e l’arrivo di Apollinare alle porte di Ravenna (a destra); sotto queste scene erano collocati rispettivamente due immagini di Abele e Caino sacrificanti e nel registro successivo due palme.
Il catino absidale accoglieva invece, sempre a mosaico, un’Anastasis, a fianco della quale erano una scena con le Marie al Sepolcro e, a destra, l’arrivo di Giovanni e Pietro al Sepolcro. Nel semiarco absidale erano collocati fra le finestre pannelli musivi con sant’Ursicino, la Vergine orante, il Battista e S. Barbaziano. Nel registro sottostante, il protovescovo Apollinare in atteggiamento orante, affiancato da una teoria di vescovi ravennati.
Di questi mosaici, perduti, restano solo alcuni frammenti conservati nel Museo arcivescovile: la Vergine orante (pressoché intera), e i volti di S. Ursicino, S. Giovanni e S. Barbaziano, più un frammento che faceva parte probabilmente della scena degli Apostoli al Sepolcro. I loro caratteri stilistici (visi modellati, bocche piccole, una certa ieraticità, panneggi lineari, capelli scriminati con grafismi accentuati) mostrano una vicinanza ai mosaici con gli Apostoli nella cappella sinistra della Cattedrale di San Giusto a Trieste o con i protettori di Venezia raffigurati nell’abside della Basilica di San Marco a Venezia, quindi attribuibili a maestranze veneziane ben addestrate al linguaggio bizantino dell’ultimo quarto dell’XI secolo. Tuttavia è evidente il processo di “occidentalizzazione” dell’impianto iconografico, con la sola presenza di un soggetto tipicamente bizantino come l’Anastasis e dei due offerenti (Caino e Abele), e l’inserimento invece di scene legate alla vita di Sant’Apollinare e delle figure fra le finestre, senza tener conto dell’uso latino delle iscrizioni, che mostra un completo disinteresse nell’area ravennate per la lingua greca. A distanza di oltre cinque secoli dall’ultimo grande monumento musivo ravennate, la basilica di Sant’Apollinare in Classe, Ravenna ribadisce l’orgoglio della propria specificità attraverso un’appropriazione del linguaggio bizantino e l’asseverazione di temi legati al trionfo della propria diocesi.
Si ricorda che il Duomo ospita la tomba di Papa Vittore II.

Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo (Chiesa dell’Angelo)


L’attuale chiesa dei Santi Giovanni e Paolo sorge nello stesso luogo di un edificio di culto più antico, risalente al V-VI secolo. A tre navate, aveva orientamento inverso rispetto alla chiesa odierna, con l’abside sul lato dell’attuale facciata. Al suo interno, vi era un pregevole ambone marmoreo, costruito per volere del vescovo Mariniano (vescovo dal 595 al 606) ed attualmente all’interno del Museo arcivescovile.
Nel corso dei secoli, la chiesa venne rimpicciolita, arrivando a coprire solo una parte della navata centrale della chiesa antica. Nel 1670, venne aperta una cappella laterale dedicata all’Angelo custode e vi fu istituita la Confraternita degli Angeli Custodi, che diede il secondo nome alla chiesa. L’edificio attuale è frutto di un restauro effettuato nel 1758 su progetto dell’architetto Domenico Barbiani nell’area della sola navata centrale della chiesa antica.

Chiesa di Santa Giustina

s-giustina-2


La chiesa di Santa Giustina fu fondata nel 1747 su progetto di Gian Francesco Buonamici, l’architetto riminese che qualche anno prima realizzò la nuova Metropolitana e la chiesa di Sant’Eufemia. L’attuale chiesa di Santa Giustina fu costruita per conto della “Confraternita del SS. Sacramento della Metropolitana di Ravenna”, che vi si trasferì abbandonando la chiesa di Santa Giustina in Capite Porticus (i cui resti si trovano in via R. Gardini, a fianco della Palazzina Diedi), oramai decadente e non utilizzabile e che Lodovico Pasolini acquistò e adattò a privata abitazione. L’interno fu portato a termine nel 1750.